giovedì 2 settembre 2010

Gurdjieff e Voltaire: lo sciamano e lo chef

Mi è arrivata una lettera molto interessante da Ottavio Plini, troppo lunga per pubblicarla integralmente (chi vuol leggerla per intero è qui in pdf) e di cui qui prenderò solo i passi necessari a rispondere.

Chi mi scrive dice che, dopo aver letto Ouspensky e Bennet, si era convinto di aver trovato in Gurdjieff un punto di riferimento. Poi, dopo aver avuto la malaugurata (dico io) idea di leggere direttamente Gurdjieff, si rende conto che:

"non trovo nessuna perla di saggezza nel ribadire ogni paragrafo per quasi migliaia di pagine, quanto gli esseri umani siano i più disgraziati e insensati abitanti dell'universo, quasi sempre accompagnandolo con formule ridondanti e ampollose del tipo"per via delle impreviste conseguenze, ormai cristallizzatesi nella loro presenza generale, e indegne di qualsiasi essere tricentrico responsabile, secondo un principio di ragione oggettiva, del funesto organo (col suo nome fantasioso) di cui, caro nipote, ti ho raccontato poc'anzi".
Poco dopo, dando un'occhiata alla biografia del discepolo Renè Zuber, sono venuto a sapere che questa attitudine sprezzante impregnava abitualmente anche il contegno di Gurdjieff, gli atteggiamenti umilianti e offensivi nei confronti degli allievi che mi sono sembrati banalmente una forma di sottomissione psicologica"

Poi la lettera incalza ulteriormente:

"Oltre a ciò, nell'introduzione ai Racconti, Gurdjieff ammette di non provare una condizione di beatitudine da lunghissimo periodo, e secondo il mio personale parere dovrebbe essere, in qualche modo molto ampio, questo il fine di qualsiasi percorso iniziatico (e non certo raggiungere un grado tale da permetterci"con oggettività" di metterci a lanciare invettive contro gli allievi o gli esseri umani in genere), anche se lui attribuisce il proprio malessere agli sforzi disumani cui la sua nobile missione di diffusione della conoscenza lo stava costringendo. In tutto questo non riesco a vedere una qualche forma di saggezza sublime che magari"il mio ego non comprende mentalmente", o cose del genere, ma mi si è anzi fatto strada il dubbio che il signor Gurdjieff potesse esser stato nient'altro che un megalomane esaltato e un po' sconvolto, e gli elementi sublimi del suo sistema non si debbano a lui ma a una geniale tradizione sapienziale (come del resto lui dichiara: non è l'autore del"Sistema", come ha sempre amesso), di cui ha il merito di aver diffuso la conoscenza, ma di cui Ouspensky come scrittore è ugualmente capace di trasmettere il contenuto, il fascino e l'importanza, se non perfino con una maggiore efficacia e praticità."

Infine arriva la domanda:

"quello che mi chiedevo, da un punto di vista più teorico, è se abbia tanto senso lasciarsi impressionare dalle sue feroci e un po' moralistiche (e magari esagerate, in qualche punto) condanne dell'incostanza degli esseri umani, la loro superficialità, fragilità, e tutti gli altri difetti che li rendono spiritualmente poco sviluppati. Infatti, non è un tema affatto nuovo tra quelli che Voltaire avrebbe definito fanatici religiosi."

e l'interessante e opportuna citazione delle parole di Voltaire:

"Ecco cosa scriveva Voltaire: [...]"Le nostre diverse volontà non sono affatto delle contraddizioni per la natura, e l'uomo non è un soggetto semplice. E' composto da un numero incalcolabile di organi […] E' verissimo che noi siamo talvolta abbattuti dalla tristezza e talvolta pieni di presunzione; e deve essere così quando ci troviamo in situazioni tra loro opposte. [...] I pazzi che hanno detto che abbiamo due anime potevano secondo la stessa logica attribuircene trenta o quaranta; in una grande passione, infatti, un uomo spesso si crea trenta o quaranta idee diverse della stessa cosa, e deve necessariamente averle, a seconda che l'oggetto gli appaia sotto aspetti differenti. Questa presunta duplicità dell'uomo è un'idea tanto assurda quanto metafisica. Tanto varrebbe dire che il cane che morde e che scodinzola è duplice; che la gallina, che si prende tanta cura dei pulcini, e che poi li abbandona fino a non riconoscerli più, è duplice; che l'albero, che talvolta è frondoso e talvolta privo di foglie, è dulice. Ammetto che l'uomo sia inconcepibile; ma anche tutta la restante natura lo è, e non vi sono maggiori contraddizioni apparenti nell'uomo che in tutto il resto. […]"

La conclusione della lettera è inevitabile:

"non è forse retorico, ideologico rispondere che un personaggio lucido come Voltaire, non afferrando l'"orrore della situazione", sarebbe stato prigioniero dell'ego, e contrapporgli la misantropia di Gurdjieff il quale, pur intravedendo vie di salvezza quasi nulle, ci permetterebbe di migliorare? Non è più interessante, per citare un autore a lui vicino e operante nel medesimo ambito, un Aleister Crowley, che alla"morte dell'ego" richiesta dalle religioni dell'"eone di Osiride" contrappone la nuova età di Horus, Thelema, l'amore sotto il dominio della volontà, che non esige un'automortificazione ma aspira a una continuità panteistica?"

Poi pone un'altra domanda su Gurdjieff e la politica, cui risponderò con un altro post.


Iniziamo con la prima questione, portandola ai minimi termini: "Ha davvero senso che un tipaccio che non vive manco in beatitudine, come Gurdjieff stesso ammette, ci ricordi continuamente che in nome di una tradizione sapienziale facciamo schifo? È davvero necessario?
Non è meglio che ce le racconti un Ouspensky educatamente e con stile certe cose? E quel tipaccio, alla fine, non ci marcia un pochino sottomettendo psicologicamente gli allievi?"

Tutto ciò si basa sul presupposto, come dice la lettera, che la beatitudine "dovrebbe essere, in qualche modo molto ampio, il fine di qualsiasi percorso iniziatico".

Il fine appunto... e non va confuso col mezzo. Se si considera la beatitudine come la vetta di un monte e ci si astiene dallo scalarlo indietreggiando a valle, si potrà vedere con più lucidità quanti infiniti e possibili sentieri salgono in vetta, c'è chi sale in un modo e c'è chi sale in un altro.

Gurdjieff saliva secondo una tradizione sotterranea che aveva già impregnato i pitagorici, la Gnosi cristiana, il Sufismo e i tantra; una tradizione anticosmista, che sicuramente rientra in ciò che Voltaire avrebbe definito "fanatismo religioso", ma non lo ha fatto perché tale corrente non pretende di agire nella vita pubblica, non pretende di istituzionalizzarsi, né di promettere beatitudini terrestri o celesti che siano; non appare dunque ben visibile su un piano materiale, che è quello che poi interessa Voltaire; e se appare è per una svista della storia, e in zone di confine tra anima e ragione... Ecco perché Gurdjieff suscita tanto interesse: è come se alla spiritualità si fossero calate le mutande per un momento.

Questa tradizione cui Gurdjieff appartiene conosce direttamente ciò che la scienza della comunicazione oggi definisce "posizione meta", cioè la capacità di essere oltre il linguaggio, oltre le parole, in uno stato pre-adamitico, prima della dualità e quindi del linguaggio.
Da tale perfezione e da tale conoscenza chi segue questa tradizione si tuffa, per così dire, volontariamente e coscientemente nei livelli di coscienza mentali, emotivi e sensoriali, che inevitabilmente lo intrappoleranno e lui dovrà liberarsene per tornare alla perfezione. È il mito gnostico della Pistis Sophia, ma anche l'incarnazione della coscienza nel Tantra col mito di Purusha, Prakrti e le tre potenze.

Il ricordo di sé in questo "viaggio" nei livelli di coscienza è allora più che mai necessario, e questo richiede sforzi coscienti e la volontà di non farsi sedurre dalla mente e dalle emozioni, vivendole, usandole, ma senza esserne usati.

In questa situazione ecco allora la nostalgia della luce che struggentemente sentono gli gnostici, allogeni a questo mondo che contiene nei suoi limiti la perfezione senza limiti.

In questo contesto dunque vanno inquadrate le parole di Gurdjieff quando dice di "non provare beatitudine da diversi anni". Ma anche senza andare nell'esoterico, sta parlando comunque un uomo che si è visto massacrare la famiglia in guerra, profugo dalla Russia a Parigi, tra mille peripezie e dolori, vissuto tra due guerre mondiali; è siffatto uomo che parla e non un guru californiano ex produttore cinematografico che si è illuminato in un villaggio vacanze in India.

Quanto al "lanciare invettive contro gli allievi o gli esseri umani in genere" e al fatto che ciò potesse essere una forma di "manipolazione psicologica"...

Anche qui dobbiamo ben inquadrare di chi e di cosa stiamo parlando. Il voto del Samaya nei tantra è un voto che sostanzialmente mette un allievo nelle mani di un guru; qui il guru traccia come un recinto intorno al discepolo, pone dei limiti oltre il quale il lavoro su di sé diventa nevrosi; infatti il varcare quei limiti, nei tantra, porta all'inferno vajira, una sorta di stato di coscienza in cui le proprie nevrosi sono sempre in atto.
Cosa sono quei limiti? È un ricordo di sé.
Se io esco per andare a comprare il giornale, poi mi fermo al bar a bere un cappuccino, mi suona il telefono ed è un amico che è lì a due passi, ci vediamo facciamo due chiacchiere, pranziamo assieme e torno a casa, ho dimenticato di prendere il giornale. Non era una cosa così importante. Ma se la cosa era importante ponevo dei limiti, mi davo dei ricordi, delle rinuncie, dei "fastidi" pur di fare quello che dovevo fare.
Ora, chi entrava in un percorso come quello che proponeva Gurdjieff riteneva di avere una cosa molto importante da fare nella vita, svegliarsi, e quindi aveva bisogno di ricordarselo; e quel severo risvegliatore di coscienze che Gurdjieff era sapeva come fare.
Trascendere se stessi, la beatitudine, per questo particolare percorso che Gurdjieff proponeva richiedeva che non ci fosse nessun me stesso, così come ordinariamente inteso, a goderne.
Alla tavola di Gurdjieff non c'era posto per nessuna finzione e nessun convenevole: un leone sedeva al tuo fianco e, a prescindere che fosse o no un brav'uomo o un bravo scrittore, poteva sbranarti da un momento all'altro, finchè non ti rendevi conto che non c'era nulla da sbranare, allora lo guardavi per quello che era... guardavi alle cose per ciò che erano, uscivi dall'ipnosi di essere un uomo separato dal tutto.
Molti se ne dimenticavano e in una situazione comunitaria o comunque di gruppo, come quelle che Gurdjieff creava, il maestro faceva ben schioccare la frusta quando le vacche si avvicinavano al recinto del voto del Samaya.

Samaya è un termine sanscrito, tradotto in tibetano con dam tsik. Il Samaya è un legame simile al "reticolato di filo elettrico che impedisce alle vacche di uscire da un terreno. È attraversato da corrente ad alta tensione e se lo toccate o ci giocate prendete una bella scossa, se poi cercate di uscirne vi distrugge […] andrete in quello che viene chiamato inferno vajra […] è un autoimprigionamento in cui le vostre nevrosi sono sempre in atto, continuamente. Siete intrappolati in questo inferno da cui non c'è rimedio e non c'è liberazione […]" (Choingyam Trungpa, "Il ruggito del leone").

Che dalla comoda poltrona della sociologia tutto ciò possa essere banalizzato come sottomissione psicologica può andar bene, a patto però che rientrino nella stessa categoria tutte le interazioni umane in cui in un gruppo si condividano dei valori e dei presupposti e dei ruoli e poi si compia il "gioco" di metterlo in atto. E ovviamente il giocatore che nel gioco non sta alle regole viene richiamato, minacciato di espulsione o espulso più o meno esplicitamente.


Altra faccenda è invece il pessimismo nei confronti del genere umano. Qui bisogna rendersi conto che su Gurdjieff influiva l'archetipo del martire, e i suoi voti tantrici erano tradotti nella sua influenza cristiana a San Giorgio vincitore, cui faceva sofferenti fioretti di complicarsi la vita. Il significato di Gurdjieff deve comunque intendersi al netto dei suoi background da pastore, cristiano ortodosso, avventuriero, ricercatore, ciarlatano di professione e profugo.

Ora, la vera domanda della lettera era: non è Gurdjieff ciò che Voltaire avrebbe definito "fanatismi religiosi"?
Sì, ho già risposto però che un Voltaire non potrà mai dirlo, perché tale via non ha pretese pubbliche, non fa proselitismo.
Gurdjeff batteva cassa, ma non cercava veramente allievi, sapeva che lui era un'attrazione esotica in un mondo folle per i suoi canoni e andava a pescare proprio lì dove lui non avrebbe mai messo il naso: la teosofia, l'occultismo, l'avanguardia artistica... Quando si rendeva conto che un allievo non avrebbe ottenuto nulla da lui, lo mandava via, per quanto utile questo potesse essergli per garantirgli una vita più comoda, anzi a volte lo mandava via proprio per questo.

I suoi veri discepoli, poi, si ritenevano alquanto indegni alla sua morte di poterne continuare l'opera e forse qui si spiega... tanto accanimento contro i loro caratteri, un senso d'indegnità che alla sua morte non avrebbe permesso a nessuno di prendere il suo mantello, ma avrebbe indotto ciascuno a cercare il proprio, evitando quell'inevitabile istituzionalizzazione che si crea alla morte di un maestro, istituzionalizzazione che, allora sì, Voltaire potrebbe definire "fanatismo religioso".

Ma le struggenti parole dell'anima devota (o sottomessa psicologicamente, che dir si voglia) che scrisse queste righe alla morte di Gurdjieff, col fanatismo religioso inteso da Voltaire non ci stanno proprio:

"Vi trasformeranno in uno spaventapasseri, in un vecchio fossile, un papa, un idiota comune o forse persino un filosofo... Non conoscerò mai più un cercatore di Dio più sfacciato, né un pagano con maggiori ambizioni per la sua anima... Chi ha osato vivere la vostra vita e chi la colmerà? Alla fine mi avete fatto piangere lacrime sincere."


Veniamo ora alle belle parole di Voltaire:

"Le nostre diverse volontà non sono affatto delle contraddizioni per la natura, e l'uomo non è un soggetto semplice. È composto da un numero incalcolabile di organi […] È verissimo che noi siamo talvolta abbattuti dalla tristezza e talvolta pieni di presunzione; e deve essere così quando ci troviamo in situazioni tra loro opposte. […] I pazzi che hanno detto che abbiamo due anime potevano secondo la stessa logica attribuircene trenta o quaranta; in una grande passione, infatti, un uomo spesso si crea trenta o quaranta idee diverse della stessa cosa, e deve necessariamente averle, a seconda che l'oggetto gli appaia sotto aspetti differenti. Questa presunta duplicità dell'uomo è un'idea tanto assurda quanto metafisica. Tanto varrebbe dire che il cane che morde e che scodinzola è duplice; che la gallina, che si prende tanta cura dei pulcini, e che poi li abbandona fino a non riconoscerli più, è duplice; che l'albero, che talvolta è frondoso e talvolta privo di foglie, è duplice. Ammetto che l'uomo sia inconcepibile; ma anche tutta la restante natura lo è, e non vi sono maggiori contraddizioni apparenti nell'uomo che in tutto il resto. […]"


Voltaire riconosce la molteplicità degli stati dell'essere, ma la pone come effetto di una causa che accade nel mondo esterno. Mi si dice "bello" e sto bene, mi si dice "brutto" e sto male. Voltaire capovolge dunque, irridendolo, il concetto idealista, metafisico, religioso, spirituale di un mondo interiore che crea il mondo esteriore.
Più che una via, quella di Voltaire è un atto di pulizia: tornare a guardare le cose per ciò che sono, senza idee, a dar loro forma è la luce della ragione. Una forma di deipnosi da un mondo delle idee che aveva diviso tutto in bene e male.

Zuber si chiede nel suo libro, temendo una risposta, cosa sarebbe accaduto se Voltaire o Baudelaire si fossero seduti a cena da Gurdjieff: li avrebbe confusi con semplici scribacchini, come quando gli si portava a cena qualche pezzo grosso della cultura ufficiale dell'epoca?

Il fatto era proprio questo: Gurdjieff deipnotizzava. Se un noto scrittore andava da lui, lui non vedeva lo scrittore famoso e ricco o, se lo faceva, lo faceva in modo così snervante, interessato e disinibito da parere una recita tragicomica (tali aneddoti vengono ricordati in molti diari dell'epoca). Lui vedeva un corpo, come respirava, come mangiava, come sedeva, come suonava la sua voce. Gurdjieff era fuori dal mondo delle idee. La vita di Gurdjieff è l'incarnazione stessa del concetto scritto da Voltaire: "non vi sono maggiori contraddizioni apparenti nell'uomo che in tutto il resto".

Voltaire vedeva l'effetto della molteplicità dell'essere interiore nelle cause del mondo e in questo modo faceva piazza pulita di ogni via religiosa, giungendo direttamente alla meta. Ma come prima cosa aveva preso le distanze da questa molteplicità. Gurdjieff, tutto sommato, insegnava questa presa di distanza, a modo suo, tantrico... nei tantra è scritto che quando si cade nella terra ci si rialza con l'aiuto della terra, così: caduti nel mondo interiore ci si rialza col suo aiuto.

Andando poi ancora oltre, a questa presa di distanza in Gurdjieff faceva seguito l'essere liberi dal movimento oscillatorio del pendolo.

"È verissimo che noi siamo talvolta abbattuti dalla tristezza e talvolta pieni di presunzione; e deve essere così quando ci troviamo in situazioni tra loro opposte."

Quel dev'essere così di Voltaire non soddisfa i presupposti di chi segue la Quarta via, in quanto egli ricerca quel centro di gravità permanente in cui tristezza e presunzione, al pari di tutti gli altri compari interiori, sono solo degli impostori. Così da essere liberi dalle cause esterne e diventare in sé ciò che gli esoteristi chiamano corpo causale, che è causa di sé. L'uomo interiore della Gnosi, la cristalizzzione dell'essere di cui parlava Gurdjieff.

Con Voltaire la molteplicità dell'essere si ricaccia nell'irrazionale, dove, ovviamente, riemerge poi con teorie e pratiche sempre più astruse e fantascientifiche, che tutto sommato girano sempre intorno al concetto di parassiti psichici di cui si è vittime, ignorando che proprio così ci si è appena fatti un problema più grosso di quello di accettare la propria molteplicità.

Gurdjieff insegnava ad essere ciò che si è nell'immanente, rifiutando l'identificazione interiore (che non significa rifiutare l'esperienza) con il transitorio e illusorio traffico emotivo e mentale.

Per questo poteva essere paragonato contemporaneamente da chi lo incontrava a Cristo o a un delinquente, a un raffinato mistico o a un cialtrone ipnotista da baraccone.
Transitorio e illusorio traffico emotivo e mentale... che nella Quarta Via è solo energia di scarto per processi inconcepibili (dal punto di vista di tale scarti).

Detto ciò, devo dire che mettere a confronto Gurdjieff e Voltaire mi ha fatto venire in mente un'immagine carina: è come mettere a confronto gli intrugli di uno sciamano e il piatto di un raffinato chef.
Lo chef francese prende quello che c'è, che è evidente e lo rende più saporito, lo infarcisce e lo addobba e ce lo presenta su una tavola elegantemente imbandita, si mangia felici e si conviene su quanto sia buono.
Lo sciamano armeno prende quello che apparentemente non c'è, strane radici puzzolenti, impresentabili e dall'aspetto alquanto indigesto, e siccome non vogliamo prenderle, nonostante ci siamo presentati a lui per nutrirci, si mette il cappello da chef, creando una surreale cucina in cui presenta le sue radici e le sue bacche come fossero i cibi raffinati di uno chef francese... e chi legge Gurdjieff è lì... attonito da tanta impressionante e grottesca parodia, mentre lui sembra guardarti con lo sguardo di un cialtrone col cappello da chef, mentre dice con finto fare raffinato: "Qualcosa che non va, monsieur?".

E tu ti rendi conto che sei alla fine della metafora, è la famosa pillola blu o pillola rossa, la bistecca immaginaria o il rancio sulla Nabucodonosor.


Infine, l'ultima questione posta:
"Non è più interessante, per citare un autore a lui vicino e operante nel medesimo ambito, un Aleister Crowley, che alla "morte dell'ego" richiesta dalle religioni dell'"eone di Osiride" contrappone la nuova età di Horus, Thelema, l'amore sotto il dominio della volontà, che non esige un'automortificazione ma aspira a una continuità panteistica?"

Temo che con "interessante" si intenda qualcosa che potrebbe essere tradotto con: nel fare la spesa nel supermercato cosmico, dopo aver preso Voltaire per soddisfare la ragione, per qualcos'altro – tipo anima – non è meglio il cofanetto di Thelema invece di quello della Quarta via? In quanto non contiene auto-mortificazione.

A prescindere dal fatto che le vie di Crowley possano essere altrettanto auto-mortificanti, il punto è: essere Coscienti e quindi liberi dall'emozione di mortificazione quanto dal suo contrario di esaltazione.

Ad ognuno la sua via: chi di natura è esaltato sarà attratto da vie in cui ci si"auto-mortifica" e si orienta la propria volontà costringendola verso un'idea di perfezione; chi di natura è mortificato sarà attratto da vie di esaltazione e volontà di potenza.

Sono due versanti diversi in cui si cade... e quando si è sbilanciati troppo in uno, si cade nell'altro…

Il che ricorda che quando si cade a terra ci si rialza sempre con l'aiuto della terra...

...Ed è comunque una metafora, il sole continua a sorgere e l'erba cresce da sola, anche senza metafore, Voltaire è già allo zen.

Ma lo era anche il suo volto o lo è solo il suo personaggio?
Di Gurdjieff abbiamo ampie testimonianze del suo volto celato dietro un personaggio inverosimile, testimonianze che si stampano nell'immaginario; lui era lo Zen, l'incomunicabile, la tradizione orale che indica il silenzio primordiale... era un aedo e un mistico armeno... faceva solo la parodia di uno scrittore a Parigi... e aveva tanta nostalgia della luce.

A me Gurdjieff, sempre stando assurdamente a Voltaire, potrebbe ricordare un Candido che, dopo mille peripezie, disilluso dal metafisico migliore dei mondi possibili, cura il suo orto e invita chi gli pone la questione a farlo e con la vanga in mano.

Complimenti per la lettera, molto intelligente e ricca di spunti - le mie risposte ovviamente sono solo la mia visione delle cose.



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