mercoledì 18 agosto 2010

Il suicidio di Gurdjieff

Che Gurdjieff non sia il prototipo del guru rasserenante, in un modo o nell'altro lo può intuire anche chi arriva a lui tramite l'enneagramma, scippato al suo sistema da qualche psicologo, o chi ci arriva tramite l'icona che ne fece Osho, a uso e consumo dei suoi sannyasin.
Noti, infatti, sono gli aneddoti sulle sue mani che contavano, con l'abilità di un cassiere, le banconote richieste ai suoi allievi, mani puzzolenti di sigari che ben si accompagnavano al suo alito impregnato di alcolici, quali l'Armagnac e il Calvados.

La sua dieta era poi quanto di meno ci si potesse aspettare da un essere evoluto spiritualmente: ai suoi simposi ci si ritrovava a dover mangiare piatti a base di carne di montone, capra e agnello... Per tacere poi sulla sua carica sessuale, spesso elargita a discepole, pure sposate, che portarono in grembo suoi figli...
Insomma questo Gurdjieff non era certo un santo... ma ovviamente chi vuol vederlo tale può vederlo come un sufi che segue la "via del biasimo" o come un tantrika intento a vivere un continuo Pancatattva (cfr. F. Ponzetta "Il coito degli dei"):

Mangiamo la carne e beviamo il vino, uniamo il maschile col femminile e diventiamo signori dell'universo. I veri iniziati si riuniscono, ma gli impostori sono tenuti lontani dalla paura.
(Hevajra Tantra)

Ma il meditato/tentato suicidio di Gurdjieff diventa un pezzo di puzzle che, nella sua agiografia, non riesce a incastrarsi.
Era la sera del 6 novembre del 1927; la sua ossessione per trovare lo stile giusto con cui scrivere il libro che, nei suoi intenti, avrebbe dovuto salvare l'umanità dal sonno della coscienza ("I racconti di Belzebù al suo giovane nipote") non aiutava certo il riprendersi dei suoi nervi, un tempo di acciaio, messi a dura prova nei due anni precedenti da un grave incidente automobilistico, dalle prime avvisaglie del tracollo economico della sua Prieuré e dai lutti familiari. Meditava dunque di finire l'anno distruggendo le pagine del suo manoscritto e infine se stesso.
Uscì da tale cerchio "yezdi" come ne escono di solito tutti gli aspiranti suicidi: rinunciando al proprio egoismo e sentendo suo il compito di aiutare l'umanità con la stesura del libro. Insomma, niente di più nauseabondo: non solo il suicidio, ma addirittura un umanitarismo di bassa lega come soluzione al suicidio stesso.
Ma staccando il naso da questo particolare suo aspetto biografico e tornando a guardare in generale la sua mirabile comparsa su questo pianeta... bisognerebbe inquadrare questo episodio con tre nozioni, al lettore trovare un nesso:

  • al giovane Fritz Peters in un'occasione mondana Gurdjieff rivelò sostanzialmente che ogni essere umano è merda; rendersene conto era il primo passo per non esserlo più. 

  • Ad Ouspensky, il quale chiedeva spiegazioni sui poteri dei fachiri in India, che dormivano su letti di chiodi e simili, Gurdjieff disse in sintesi che essi erano stati cavie in qualche scuola esoterica, dove si studiavano l'ipnosi e le potenzialità psicofisiche; e che, una volta usati per tali esperimenti, venivano lasciati liberi... di guadagnarsi il pane come potevano... cioè con quello che avevano imparato (cfr. "Frammenti di un insegnamento sconosciuto").
… C'è da chiedersi: ciò può accadere, oltre che per il fachiro, anche per le altre tre vie? Il monaco, lo yogi e... Insomma: Gurdjieff era stato una cavia più che un emissario di confraternite segrete? E voleva forse sentirsi come i suoi aguzzini quando C.S. Nott gli chiese spiegazioni del suo aver disperso i gruppi americani di Orage e lui rispose: "Avevo bisogno di topi per i miei esperimenti"?

  • Ultima informazione su cui riflettere: nell'esoterismo gnostico vi è l'uomo esteriore e vi è l'uomo interiore – anche nella figura di Gesù. Quando Gesù è umiliato sulla croce e dice: "Donna ecco tuo figlio" nei testi gnostici ciò sostanzialmente significa: Terra (Edem), riprenditi il tuo uomo esteriore. Come dire beffardamente: è lui che stai torturando, la tua stessa creatura, non Me.

"Io scrivo, ma qui dentro chi sa leggere?"
(Gurdjieff, gennaio 1931, nella sua camera d'albergo di New York, adibita a sala conferenze, fra pentole che cuociono a vapore carne di capra e bottiglie di liquore su un vecchio pianoforte, davanti all'intellighenzia americana, tra cui il professor John Watson, padre della psicologia behaviorista)




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