C'è da dire che le idee di Gurdjieff applicate ad un piano politico si rivelano platoniche (nel senso comune) perché platoniche (nel senso filosofico); e in ogni caso Paperino o Topolino sarebbero testimonial più congrui a qualunque convegno politico, specie se alternativo, di quanto possa esserlo il signor Gurdjieff, monarca assoluto della Prieuré e di Rue Des Colonel Rènard 6, o le sue idee riguardanti un potere che non deve mai partire dal basso.
A quanti possano reagire scandalizzati a questa posizione paventando oscene oligarchie, andrebbe ricordato che tali idee sono applicabili innanzitutto a un singolo individuo, mentre sul piano sociale bisognerebbe osservare che le oligarchie indecenti di solito si basano proprio su ampi consensi "dal basso".
Non si pensi però ad un disprezzo di Gurdjieff per la gente del lavoro, per l'uomo comune: l'obyvatel (termine russo dispregiativo per indicare la gente semplice) in una eventuale classifica gurdjieffiana è una tacca più in su dei ricercatori spirituali, in quanto almeno più stabile di mente (cfr. "Frammenti di un insegnamento sconosciuto").
Lo scenario complesso dell'eventuale e inattuabile Gurdjieff politico per me rimane quello che ho già espresso, ne "L'esoterismo nella cultura di destra, l'esoterismo nella cultura di sinistra" (Jubal editore 2005),
di cui riporto un breve passo qui sotto.
Pur non apprezzando i regimi totalitaristi, forse anche per il semplice fatto che la sua esistenza in tali regimi non sarebbe semplicemente possibile, la sua idea in proposito è tradizionalista, e ricorda il reggente-filosofo della Repubblica di Platone.
A Platone venne sempre chiesto idealmente dai filosofi suoi successori "Chi è così saggio in questa società ideale da stabilire chi è così saggio per essere il re-filosofo?". Tale considerazione è ovviamente un pregiudizio moderno dal quale non riusciamo ad uscire nel rivolgerci a Platone.
Il punto di vista di Gurdjieff è per sua natura libero da questo pregiudizio: quando l'uomo "conosce se stesso", per rimanere in una terminologia platonico-socratica, conosce l'universo, quindi sa qual è il suo posto e riconosce la saggezza del "capo" senza bisogno di campagne e mandati elettorali, rivoluzioni o colpi di stato.
Il mondo fu nell'età dell'oro, a cui rimandano i tradizionalisti, governato in questo modo; in questo senso il sovrano è sovrano per volere divino. Poi accadde qualcosa, una caduta, una sovrapposizione di ruoli, un miscuglio fra ordini diversi di idee (vedi cap. 7.1). Gurdjieff lo romanza fantastoricamente così: "In un imprecisato tempo antico comparve sulla terra, in Babilonia, un uomo, figlio di mercanti, di nome Lentrohamsanin" (è stato notato come questo nome comprenda in sé le iniziali di Lenin e Trotzki(1)). Egli era un ozioso "coccolino di mamma e papà" che, per vanità e amor proprio, inventò una teoria su un soggetto sul quale nessuno si era ancora espresso.
La teoria inventata da questo essere (descritto come alquanto perfido), che fu causa di continue guerre e miseria, confusione e governi corrotti, è inquietantemente simile a quel corpus di valori etici e politici che noi oggi diamo per scontato:
La più grande felicità dell'uomo consiste nel non essere dipendente da alcuna personalità, e nell'essere libero da qualsiasi influenza estranea di qualsiasi tipo. […] I nostri capi [ci parlano, nda] di un altro mondo, presumibilmente migliore di questo , in cui le anime di quelli che hanno vissuto degnamente in terra godrebbero di una vita di assoluta felicità, in tutti i sensi. Ma in che modo la nostra vita attuale sarebbe indegna? Non ci affatichiamo forse dalla mattina alla sera per guadagnare il nostro pane quotidiano col sudore della fronte? […] I nostri capi e consiglieri dimostrino nei fatti ai semplici mortali come noi che tutto quel che raccontano e cercano di farci credere è vero. Ce lo provino per esempio trasformando in pane una manciata di sabbia ordinaria su cui grazie al sudore della nostra fronte, germoglia e cresce l'orzo quotidiano(2).
Queste parole messe in bocca a questo personaggio fantastorico, a metà fra il populismo e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, sono difficilmente contestabili per una mente contemporanea, ma inserite nella cosmologia gurdjieffiana e nella corrente tradizionalista assumono significati diversi.
Interessante è poi questo modo di fare storia creando o riferendo (chi lo sa?) una saga, ma comunque inserendo in modo più o meno camuffato elementi contemporanei, ad esempio il nome di Lentrohamsanin, come a voler sottolineare una ciclicità della storia e comunque dando elementi per comprendere le imprecisioni storiche dei miti, più interessati a esprimere concetti che alla precisione squisitamente cronologica.
Sempre ne "I racconti di Belzebù al suo giovane nipote" compare poi il noto passo, scambiato spesso per una provocazione più che per una posizione tradizionalista di Gurdjieff, secondo il quale gli uomini non discendono dalle scimmie ma le scimmie dall'uomo, ovvero le scimmie sono il frutto di accoppiamenti perversi fra donne e animali.
E, al di là dell'ironia e dello scandalo che una simile affermazione può provocare, bisogna prendere atto che i tradizionalisti citano spesso miti e leggende in cui si narra di una razza superiore che si accoppia con una razza inferiore (vedi cap. 2.3).
Gli spiragli di discussione che su quest'argomento si possono aprire sono infiniti ed esulano dai termini che ci siamo posti in questo libro. Ci basti qui sottolineare la posizione trasversale di Gurdjieff che, se da un lato si fa portavoce di una Tradizione scampata alle "perversioni" moderne, con cui afferma di essere entrato in contatto in misteriosi monasteri dell'Asia centrale, dall'altro è sicuramente un uomo insofferente e allergico all'aristocrazia, come viene testimoniato spesso riguardo al"suo assoluto disprezzo per le convenzioni sociali. Avrebbe fatto sedere un premio Nobel accanto ad uno spazzino, una lady accanto ad una prostituta"(3).
I suoi discepoli infatti, stretti a cena nell'appartamento parigino o in cattività in quell'esperimento comunitario che fu il priorato di Avon, vennero sempre trattati nello stesso provocatorio modo, atto, almeno secondo Gurdjieff, a risvegliare in loro una nobile essenza che li liberasse dalla plebea personalità.
Ci sembra infine opportuno ricordare che Gurdjieff, pur non offrendo molti spunti espliciti al movimento ambientalista fu, incontestabilmente, un protoecologista, che denunciava, già negli anni trenta, l'indiscriminato uso dell'energia elettrica ai danni dell'ambiente (cfr. G.I. Gurdjieff, "I racconti di Belzebù al suo giovane nipote").
Fu precursore anche del concetto di biosfera, rivelando ad Ouspensky che la vita organica è una pellicola che ricopre il pianeta (cfr. P.D. Ouspensky, op. cit.).
Anche la sua scandalosa tesi secondo la quale l'uomo esiste sul pianeta perché dalla sua morte si scatena un certo fenomeno energetico che nutre la luna, al di là dell'apparente infondatezza scientifica, ha però il merito di far riflettere a riguardo delle concezioni antropocentriche secondo le quali la nostra vita ha un senso superiore che ci permette di sfruttare indiscriminatamente le risorse del pianeta. Lo scopo della nostra vita potrebbe essere assai meno nobile di quello che immaginiamo e molto più pragmaticamente interattivo col resto della natura.
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Note
(1). Il fatto che vengano presi di mira i due rivoluzionari, e non Stalin che, più che un ideologo, era un uomo pratico e tutto sommato un restauratore, nel senso gattopardesco del termine, è alquanto significativo. Oppure, l'omissione di Stalin da questa "satira" antimoderna è dovuta al fatto che Stalin era all'epoca al potere e Gurdjieff sperava, come spesso ammetteva, di tornare in Russia prima della sua morte. Infine, vale la pena di citare alcune ipotesi secondo le quali Stalin e Gurdjieff si conobbero e frequentarono addirittura la stessa scuola sul Caucaso.
(2) George Ivanovitch Gurdjieff, "I racconti di Belzebù al suo giovane nipote", ed. Neri Pozza 1999.
(3) René Zuber, "Monsieur Gurdjieff ma lei chi è?", Libreria editrice Psiche 2000.
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