"Gurdjieff: un milione di uomini in uno". Qualcuno lo definiva così, per cercare di descriverlo ad incauti discepoli americani che, come insetti accecati dalla luce elettrica, andavano a frantumare il loro ego contro Gurdjieff.
Ma che vuol dire? Che Gurdjieff era uno schizoide?
Al contrario, egli era emotivamente e psichicamente monolitico. E da qui derivava probabilmente il suo carisma e la fascinazione che esercitava su esseri sempre più scissi in se stessi.
L'insegnamento di Gurdjieff altro non è che l'essenza delle correnti della Gnosi che carsicamente affiorano nelle varie tradizioni. Tutto sommato possiamo riassumerlo nella semplice constatazione che gli uomini non sono individui, ma piuttosto, per dirla col mistico sufi Rumi, ostelli che ospitano identità parassitarie, le quali emergono a seconda della situazione esterna, situazione che a ben vedere esse abilmente tramano per la gloria di esprimersi su un piano materiale.
Poco importano poi i debiti, le responsabilità, le cambiali esistenziali che queste sub-identità lasciano da pagare ai sedicenti individui umani.
Senza partire da qui non si può comprendere, a mio avviso il sistema di Gurdjieff e tutto sommato neanche il personaggio Gurdjieff. Che egli fosse un avventuriero, un millantatore, un cialtrone o viceversa un santo, un mistico, l'erede di una Tradizione sapienziale... dobbiamo sempre tener da conto che ciò che ci arriva su di lui sono le vedute di chi l'ha osservato.
Chi lo vedeva da vicino, troppo vicino, poteva scorgere ora l'orco cattivo che teneva ammaliati uomini e donne nel suo surreale seguito, ora un generoso sovrano d'altri tempi esiliato a Parigi con la sua corte, che spesso si preoccupava di mantenere.
Un erotomane intento a pratiche sessuali di cui malvolentieri parlavano i discepoli e le discepole, o un "mostro di pudore".
La descrizione più geniale la diede un genio, Henry Miller: "Gurdjieff è un incrocio tra uno gnostico e un dadaista".
La stampa, che Gurdjieff odiava, ricercava invece solo lo scandalo sulla morte della nota poetessa neozelandese Katherine Mansfield, che fu sua discepola e morì di tubercolosi alla Prieure, il convento gnostico dadaista del nostro.
Guénon lo vide come simbolo della contro-iniziazione quando si lasciò scappare la nota frase: "Da evitare come la peste, lui e i suoi discepoli".
Ma Evola, che dei tradizionalisti fu anima e motore italiano, colse meglio il personaggio, apprezzandolo. D'altronde egli era un patriarca, forse l'ultimo, e più che un tradizionalista egli era la Tradizione, che cavalcava la tigre in un mondo moderno impazzito.
Era aperto a tutti; uno dei suoi gruppi finali, denominato la corda era composto principalmente da ricche lesbiche americane, a cui Gurdjieff comunque ripeteva in continuazione che la perversione sessuale, ovvero l'inversione degli orientamenti eterosessuali, avrebbe impedito loro qualsiasi liberazione spirituale. Perché allora le teneva, perché queste continuavano a seguirlo? Lui per soldi e loro per svago? Chissà.
Gurdjieff è una montagna, è chi non è altrettanto monolitico dal basso può guardarne solo un versante, dicendo: "Questo è Gurdjieff!".
A mio avviso, dopo anni di ricerche, studi e intuizioni su questo paio di baffi anti-nietzschiani, ritengo che le parole del suo demi petit Renè Zuber, scritte nel libretto biografico dall'eloquente titolo "Monsieur Gurdjieff, ma lei chi è?", siano quanto di più simile a una fotografia:
"Egli amava troppo, credo, le creature umane per imbrogliarle promettendo "di entrare in paradiso con i loro stivali". La sua astuzia era rivolta contro tutte le forme di ciò che lui chiamava autosoddisfacimento, in particolare contro quella che consiste, trovato un guru, nel seguirne le orme cessando ogni sforzo e rinunciando all'uso di ogni spirito critico.
Egli era venuto per risvegliare, se c'è ancora tempo, la creatura umana ricordandole la sua dignità e non per anestetizzarla.
Alcuni l'hanno visto come Merlino l'Incantatore, altri come il diavolo e questi sono soltanto due dei numerosi aspetti che egli era capace di assumere.
Per sostenere il suo sguardo, bisognerebbe avere insieme osservato lo sguardo candido e disarmato di un neonato e quello acuto, attento al minimo segnale, del cacciatore solo nella boscaglia.
Era il nostro compagno di gioco oppure una regola ancora sconosciuta che egli incarnava e che non si sarebbe svelata a noi se non nell'attuazione stessa del gioco?
Non sono sicuro che il mio pensiero sia abbastanza chiaro. Un'espressione suonerà per alcuni più chiara che "la regola del gioco": è la "precisione del gioco". Nel senso in cui si dice che un musicista suona con precisione.
Senza dubbio il gioco perseguito da Gurdjieff nelle situazioni comiche, assurde, odiose o ridicole in cui egli metteva talvolta i suoi allievi, era di estremo rigore. E in questo gioco, in cui egli stesso si lasciava volontariamente coinvolgere, egli sempre giocava con precisione.
«Molto bene, ma alla fine, insiste il lettore desideroso di conoscere la mia conclusione, alla fine avete incontrato il vero Gurdjieff?»
Chi potrebbe vantarsi di averlo mai incontrato?
Il maestro terreno vi assegna un incontro solamente per mostrarvi la direzione, quella del maestro interiore, che si chiama "coscienza". Vi fa scoprire che voi ne eravate già il soggetto ma che non lo sapevate.
E dopo questo, egli sparisce; si fonde con l'azzurro come la montagna nel momento in cui credete di metterci piede."
(per approfondire: René Zuber, "Monsieur Gurdjieff, ma lei chi è?")
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